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06/11/2009
 
IL BRUNCH DOMENICALE ALLA
PERMANENTE D’ARTE CONTEMPORANEA

Ma dai, prendersela con il brunch, che fin dalla parola stessa si commenta da solo, è fin troppo facile. Non si può. Che poi tu snob e soprattutto pezzente come sei al brunch non ci sarai mai stato, lascia stare: mai scrivere di ciò che non conosci. E invece sì: ci sono stato. E quindi.

E quindi una domenica mattina mi chiamano e mi dicono: ohè, vieni, andiamo al brunch. Attenzione: i brunch si tengono solo di domenica. Negli altri giorni sono proibiti. Mai di sabato, mai di mercoledì. Non si sa il perché.

Insomma, mi intimano: vieni al brunch. Oddio, al brunch?, dico io, ma siamo sicuri? e dove? Nel bar della permanente d’arte contemporanea, che razza di domande cretine fai, e dove sennò. Giusto, come ho fatto a non pensarci. E va bene, andiamo a vedere ‘sto brunch.

Arriviamo nel luogo del brunch. La domenica mattina le strade della città sono spopolate, e uno pensa, saranno tutti a dormire, beati loro.  Non è vero: sono tutti al brunch. Il locale è pieno zeppo di gente che fa il brunch. La biglietteria della permanente d’arte contemporanea risulta, al solito, deserta, ma la sala del brunch straripa di persone ai tavolini. Bene, non c’è posto, torniamo a casa, che peccato, dico io. Ma no, dicono loro: abbiamo prenotato. Un mese fa. Ah.

Ci sediamo, da lontano faccio ampi cenni per richiamare l’attenzione del cameriere che ci ignora platealmente. I commensali mi sgridano: ma dove vivi, al brunch non si ordina, mica siamo in trattoria, c’è il buffet. Ohibò, giusto: il buffet. Immagino siano gli antipasti. E poi? E poi niente - mi dicono loro - finisce lì. Ti servi solo, ma quante volte vuoi, il prezzo è stellare ma fisso, quindi ti conviene ingozzarti come un'oca. Guarda, c’è il caffellatte ma anche la caprese, le fette biscottate ma di fianco al tonno, le briosce dolci ma pure l’insalata di pollo. È il brunch. Forte, vero? Acciderba, dico io, ma quanto costa? Molto, ma le bevande sono escluse.

Al buffet, vorrei riempire il piatto sino ai limiti della sua superficie ma mi trattengo, un po’ per la vergogna, un po’ perché a ben vedere i cibi hanno l’aria consunta e mi spaventano. Prendo il piatto, sgomito per farmi largo di fronte all’oramai vuoto ma ambitissimo vassoio dei carpacci di pesce, poi per evitare la ressa passo nella zona verdure bollite, quindi finisco per errore nella coda al banco dei tè caldi e della maionese (è un brunch, gli alimenti convivono in armonia).

Siamo al tavolo: cos’è quello?, indago scrutando i bottini altrui. Non lo so, sembra mortadella ma sa di ananas, replica la vicina di sedia. Assaggio, spilucco e penso: tutto bello però madonna bona come si mangia male a ‘sti brunch.

Mentre pranziamo, su un palchetto prende posto l’orchestrina e comincia a suonare una musica, non saprei come definirla se non una musica da brunch. Domando al cameriere se per favore può farli smettere. Lui muto mi volta le spalle e se ne va a sparecchiare altrove.

Il pranzo, o supposto tale, sta per concludersi, le persone si alzano, corro a prendere un nescafè ma la brocca adesso è fredda oltre che vuota. In compenso, arriva il conto, e qualcuno si incupisce.

Che si fa, siamo a una permanente d’arte contemporanea quindi vediamo una mostra, propongo trionfante. Ma sei scemo, qui ci veniamo per il brunch non per le mostre, e comunque l’abbiamo già vista ieri, e a quest’ora la mostra è chiusa, e il biglietto costa un patrimonio, e poi quell’artista là non ci piace. Al massimo ti concediamo un salto al bookstore. Il booché? Il bookstore. E va bene. D’accordo, dopo il brunch un bookstore, per digerire.

Al bookstore, cioè il negozietto di libri, ci si aggira pensosi fra volumi da sfogliare e basta, nessuno compra nulla, il conto ci ha già dato la mazzata. Vabbè, che ore sono? Le tre, anzi le tre e mezzo, io adesso tornerei a casa, io anche, ho da fare, ciao ciao, ci sentiamo.

Mi avvio verso il parcheggio a pagamento da sei euro al minuto riflettendo sull’esperienza. Per certi versi positiva, per altri no. Dopo tortuosi ragionamenti su pro e contro, concludo: ho ancora un leggero languore.
Magari per merenda mi preparo due spaghetti.

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29/10/2009
 
UN POCHINO DI PUBBLICITÀ PRIMA DEL FILM, MA POCA

Ragazze, ragazzi, aiutateci. Siamo il pubblico del multisala Ultraplex di Vizzolo Predabissi (Mi). Il titolare di questo blog ci ospita per lanciare un appello, siamo riusciti a collegarci di nascosto dai cessi usando un cellulare sopravvissuto alle perquisizioni del servizio d’ordine, pardon delle maschere.

Da una settimana siamo prigionieri, qualcuno venga a liberarci. Ci siamo seduti sabato scorso alle 17, la cassiera ci aveva detto che lo spettacolo sarebbe iniziato mezz’ora dopo, alle 17.30 come peraltro stava scritto sul giornale, e invece niente.

O meglio: in effetti le proiezioni sono cominciate alle 17.30 ma ancora oggi del film non si ha nessuna notizia. In compenso, lo schermo continua a cannoneggiarci a ciclo continuo con trailer di film orribili e pubblicità dei più svariati prodotti commerciali. Le uscite di sono piombate per impedirci di scampare al diluvio di marketing visivo. Volevano persino legarci alle poltrone.

Ogni tanto ci viene permesso di uscire nell’atrio dalla sala per vedere un po’ di luce, andare a far la pipì e comprare i cesti di popcorn dolci glassati, unico genere alimentare consentito qua dentro.

Un signore ha tentato di approfittare della pausa per fuggire ma le guardia armate pardon il personale del cinema lo ha catturato subito: adesso è in isolamento in prima fila, a venti centimetri dal maxischermo, svenuto durante il bombardamento di reclame dei fusilli con sonoro in dolby surround.

Salvateci. Siamo disperati, anche se qualche ottimista, forse bugiardo, sostiene che forse il film comincerà domani, dopo lo spot in 3d della Tim che dura dodici ore e mezza. Ma non siamo certi di riuscire a farcela. Chiamate le ambulanze, la polizia, fate qualcosa.

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22/10/2009
 
L’UNIVERSO DELLE RELIGIONI ROVESCIATE

Buonasera e benvenuti al consueto appuntamento con il corso gratuito a domicilio di Metafisica d'Accatto.

Per essere infinito, l’Universo deve essere per forza composto da infiniti universi. Tra gli infiniti universi opposti e contrari a questo, ne sussiste di certo uno del tutto identico al nostro, in cui ad essere capovolte sono soltanto le religioni.

Un pianeta ove i sacerdoti d'ogni culto vestono non tonache ma pantaloni sgargianti, predicano il libertinaggio, si mostrano viziosi in pubblico ma morigerati nel privato.

In quell’universo Dio esiste solo se non esiste nel nostro. O viceversa là non esiste in quello ma nel nostro sì. Chissà chi ha ragione.

Su quel pianeta, i musulmani si ingozzano di salumi o di vino, e pregano seduti su una poltrona dando le spalle alla loro città santa, Caserta. Ogni induista quando vede le mucche in mezzo alla strada scende dall’auto e le prendono a fucilate per poterle spostare più agevolmente. Gli ebrei ortodossi si recano dal barbiere tre anzi quattro volte al giorno, e quando entrano nella sinagoga, solo allora si levano il sombrero.

I cattolici sono privi del papa, e credono che non nel passato ma nel futuro fra duemila anni, la mattina ferragosto una donna nascerà nella suite del grand hotel, sorvegliata dal fiato di un cane di razza e da un gatto, ma nessuno andrà ad adorarla. Avrà una vita violenta, maltratterà gli storpi, accecherà chi ha dieci diottrie. Morirà serena da novantanovenne, di vecchiaia, a casa sua. E si farà cremare. Gli insegnamenti che peraltro non avrà prodotto non saranno mai divulgati, né nessuno parlerà mai di lei.

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16/10/2009
 
PETIZIONE CONTRO LA DERIVA DEI CONTINENTI

E no, adesso basta: è tempo di agire e di battersi contro il più grave e vergognoso pericolo del nostro pianeta. Da oggi questo sito verrà dedicato esclusivamente alla raccolta di firme e di fondi alla lotta dura senza paura contro la tettonica a zolle.

I continenti minacciano di venirci addosso. Insomma, un giorno o l'altro, presumo in una località vicino al mare, un umano starà facendo i fatti i suoi oppure dormendo nel suo letto, quando bom! - all'improvviso, fra il lusco e il brusco, senza neppure chiedere permesso, gli piomba addosso un continente intero, gli entrerà in camera l'Africa o l'Oceania dalla finestra. Ohé, dico, signori continenti, che razza di modi sono questi? Maleducati.

D'accordo, i continenti si muovono molto ma molto lentamente. E quindi prima che arrivino ci sarà da aspettare un bel po'. Ma ciò non rappresenta affatto una scusante. La scarsa velocità non può giustificarli. Anche il tram va piano, ma se ci finisci sotto, un paio di mesi all'ospedale non te li leva nessuno.  Adesso moltiplica quel dolore cento triliardi di volte: immagina di  essere investito dall'intero Sudamerica, con le sue montagne, pianure foreste, promontori, edifici, terra, cesti di frutta, pappagallini, eccetera. Son tonnellate di roba. A essere calpestati da tutto il Sudamerica ci si fa parecchio male.

Per cui, spiace dirlo ma i continenti devono rimanere a casa loro. Sono già partiti? Allora fermiamoli. Prima che sia troppo tardi, andiamo in mare sulle navi e col megafono intimiamogli di tornare indietro. Sciò, che qua non li vogliamo.

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09/10/2009
 
IL NULLA

Mesta è la vita del lavoratore del terziario che salta la pausa pranzo per andare in palestra. A correre, sudare, farsi la doccia perché sennò puzza e poi con la borsona  di tela nella sinistra e un panino crudo mozzarella nella destra rientra distrutto al suo posto in scrivania, pronto per la riunione delle quattordici e zero zero.

Cari amici rieccomi a voi: scusate l'assenza, è che al lavoro non so più da che parte girarmi, con tutto questo Facebook. Non sapevo più come uscire: il bombardamento e a cause animaliste non mi lasciava il tempo manco per respirare. E i miei compagni delle elementari, in combutta con gli ex colleghi del 2002, alcuni zii emigrati all'estero, i figli degli inquilini dello stabile dove abitavo da adolescente e qualche decina di ignoti importuni peraltro assai insistenti in quanto certi di conoscermi benissimo mentre in tutta evidenza mi avevano scambiato con un omonimo il quale, chissà come mai, era scomparso senza lasciargli recapiti – ebbene tutta questa gentaglia voleva trattenermi lì con sé. Sono dovuto scappare.

Interessante saggio del celebre Achille Cecchetti, immenso pensatore che per motivi del tutto incomprensibili non ha ancora trovato un editore nè vinto il Nobel per la Filosofia (ah, pare tale premio non esista: ecco la spiegazione).
Sostiene il Cecchetti: in un mondo oramai sovraffollato da oggetti, cose, case, beni, suoni, costruzioni, luoghi di culto, strade, condomini mansardati, persone che ti pestano i piedi sul tram - insomma in un mondo in cui tutto lo spazio disponibile viene sfruttato e venduto secondo una logica sistematica di occupazione, il vuoto - cioè il Nulla - è destinato ad assumere un valore economico enorme: ecco perché nel 2050 di sicuro il Ciad sarà il paese più ricco e potente del globo.

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29/09/2009
 
NON CI SONO PIÙ LE RELIGIONI DI UNA VOLTA

Il più bel luogo comune sugli scocciatori improvvisi, ossia il campanello che trilla, tu apri e - voilà - ci sono i testimoni di Geova, è oramai in irreversibile decadenza. Oramai né al citofono né alla porta si trova un testimone di Geova manco a pagarlo. È una vergogna. Sono anni che non ricevo visite a domicilio di sorpresa da un testimone di Geova. Sono secoli che nessuno osa fermarmi per strada per domandarmi se voglio acquistare una copia di Torre di Guardia. Perché? Dove li avete nascosti?

Mi mancano gli hare krishna. Anni fa, quando ero bambino, mi capitava di incontrarne per strada, nelle vie del centro. Rimanevo stupito a guardarli ballare e cantare per ore e ore. Essi passavano i loro giorni così, a vestirsi con lenzuola color zafferano, a suonare i tamburelli o i pifferi. E basta. Tra me pensavo: ecco, costoro non sono pazzi. Non si occupano di nulla. Non producono nulla. Non lavorano mai. Da grande voglio fare anche io così.
Oggi nelle piazze non si incontra un arancione neppure per sbaglio.
Che siamo tutti morti per la fame?

E i mormoni. No, dico: i mormoni. Una volta mi suonarono al campanello due mormoni. Erano due diciottenni, arrivati apposta dagli Stati Uniti per convertire l’Italia intera al mormonismo, e avevano deciso di cominciare da me. Si presentarono vestiti elegantissimi, in nero, avevano i loro nomi appuntati sulle spille al taschino. Parlavano in un italiano stentato ma comprensibile.
Anziché mandarli via a calci, come aveva appena fatto il mio vicino, io li lasciai entrare. Offrì loro un caffè, che rifiutarono con cortese fermezza. Proposi del vino, della birra, una sigaretta. Ma sembravano recalcitranti. Poi, se non ricordo male, iniziarono a raccontarmi di quando Gesù Cristo visitò il Nordamerica millequattrocento anni prima di Colombo. Ero piegato in due dalle risa. Loro no. Da quella psichedelica conversazione, non ebbi più modo di esser importunato dai mormoni.

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24/09/2009
 
LA PUBBLICITÀ SU INTERNET SPIEGATA A TUO NONNO

Eccomi qua, mi si perdoni il ritardo, ma c’era un traffico, ma un traffico. Buonasera, benvenuti al consueto appuntamento con il corso serale di marketing d’accatto per principianti. Ennò, dai, non scappate: il marketing è una roba utile nella vita. Può sempre servire.  Ecco bravi, sedetevi e state a sentire che magari imparate qualcosa di nuovo.

Dunque. Parliamo di questa cosa in cui siamo dentro adesso, ossia internet. Come sapete, su internet esistono dei bandieroni pubblicitari colorati e lampeggianti. Si chiamano banner. Insomma, voi state leggendo il Corriere della Sera (de gustibus) o guardando qualcosa (delle foto di persone nude, diciamo) e sopra o di fianco, c’è ‘sto cartellone animato che si agita come un ossesso nel tentativo disperato di attirare la vostra attenzione. A voi di lui non frega niente, lo vedrete solo con la coda dell’occhio. Però un pochino tutto quel dimenarsi vi darà fastidio.
Si dice che nell’ultimo anno, nessuno al mondo sia stato talmente fesso da cliccare su uno di codesti banner, per cui non si sa cosa succeda dopo.

Un altro fastidioso oggetto pubblicitario è il pop up. Già il nome è da scemo. Viene dall’inglese: to pop up, comparire all’improvviso, insomma, rompere i coglioni. Il pop up è quel coso che fiorisce in mezzo alla pagina senza neppure avvisare, per impedirci di consultarla. In alto ha un bottoncino piccino picciò con scritto ‘chiudi’: esso rappresenta l’unico modo per disintegrare il pop up. Peraltro spesso il pulsante 'chiudi' non funziona, o finge di non saper funzionare.
Fortunatamente, il pop up risulta quasi in estinzione. Ci sono infatti altre forme pubblicitarie, meno invasive ma altrettanto insinuanti.

Ad esempio: tu stai leggendo la ricetta della pizza margherita, oppure stai solo cercando una ricetta della pizza margherita. Bene. Il sito – astuto come una lepre – capisce che sei interessato a un argomento specifico, e che quindi sarebbe meglio offrirti una promozione pubblicitaria mirata: allora indaga la semantica del caso e a corredo della lettura ti propaganda indirizzi di pizzerie. O, se è poco intelligente, la reclame di articoli da giardinaggio e concime per margherite. Pare che questo sia il futuro della pubblicità. Andiamo bene.

Bene, la prima lezione è finita, settimana prossima tratteremo dell’email marketing. Posso solo anticiparvi che più o meno è questo: io ti bombardo di messaggi che tu cancelli senza leggere ma a me va bene lo stesso. Lo so, sembra strano il mondo del marketing, eppure è così.
Alla prossima.

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15/09/2009
 
ODE ALLA CANCELLERIA DA TAVOLO

Requiescant in pace i vecchi oggetti da ufficio: poverini, si stanno estinguendo, per via della diffusione dell’informatica. È sempre più difficile vedere sulle scrivanie un portatimbri. Ve li ricordate i portatimbri, quelli che con la rotella per scorrerli? Sono scomparsi. E con loro la spugnetta bagnata d’inchiostro, quella per intingere i timbri. L’arte di timbrare è finita, solo qualche nostalgica amministrazione pubblica si ostina a salvaguardarla. Ma pare sia una battaglia destinata, lentamente, ad essere persa.

Lo stesso le pinzatrici. È sempre più difficile che qualcuno ti chieda se gli presti la tua pinzatrice. Un tempo gli impiegati scrivevano il loro nome sulla pinzatrice, così da impedire il furto da parte dei colleghi che l’avevano perduta. Oggi, le pinzatrici, non se le fila più nessuno.  Per non parlare delle levapunti, progettate per levare le graffette - altra categoria in pericolo - ai fogli incautamente uniti.

E il bianchetto. Il bianchetto, poveraccio. Era indispensabile. Signore indiscusso delle antiche scrivanie.
Adesso rimane lì, in fondo ai cassetti della cancelleria, a seccare, da anni solo come un cane.  Provate a chiedere a un ventenne se conosce il bianchetto. Vi chiede di ripetere il nome. "Il bianchè?" Poi frugherà nella memoria e dirà che sì, in effetti una volta ne ha visto uno in un cassettino, ma non capiva a cosa servisse.

Di tutto ciò, fra poco, non se ne saprà più nulla. Nel frattempo in tutto il mondo migliaia di aziende produttrici di portatimbri, di levapunti, cucitrici, bianchetti, dopo anni di trionfi, stanno per avviarsi all’abisso fallimento. Presto avranno smesso di pagare i fornitori. Dichiarato bancarotta. Chiuso le fabbriche. Licenziato i dipendenti. 

E in loro difesa, dei dipendenti ma anche del bianchetto, nessun ha fiatato. Che vergogna.

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09/09/2009
 
MI HANNO RAPINATO

Cari lettori, scusate l’assenza, è che sono ancora turbato da uno spiacevole episodio occorsomi poco qualche giorno fa. Mi hanno rapinato. Giuro. Qui vicino a casa mia, all'aperto. Un’esperienza terribile. Sono rimasto traumatizzato fino ad oggi.

Davvero, aver di fronte delinquente, che ti si para addosso con quell’aria aggressiva. Ho avuto tanta paura. Tanta. Mamma mia di questi tempi non si può più girare per strada. Hanno ragione quelli che parlano della sicurezza.

E’ andata così: ero in un’officina. Ma sì. Un’officina per le auto, ci avevo portato la mia vecchia Punto, dovevo ritirarla. Ero lì, in attesa davanti al cartello “Torno subito” quando all’improvviso, alle mie spalle, dal nulla è comparso il rapinatore.

Il malvivente indossava una tuta da meccanico. Aveva delle curiose macchie di lubrificante sui gomiti. Strano. Era disarmato, a dire il vero, e a volto scoperto. Per minacciarmi brandiva un foglietto di carta su cui aveva scritto delle addizioni a matita e poi una cifra. 

Ho alzato le mani, tremando:
"La prego, non mi faccia del male, le do tutto quello che vuole."
E lui: "Anche l’iva senza ricevuta?"
"Non la capisco ma comunque sì, come ha detto lei."
"Bravo. Ecco le chiavi. E si ricordi che il mese prossimo deve fare la revisione".

Non capivo una parola, intanto lui mi frugava nel portafogli e ordinava di tener le braccia in alto. Alla fine ha voluto pure un assegno. Madonna mia, ragazzi, che spavento.

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02/09/2009
 
ODE ALLE PICCOLE STAZIONI FERROVIARIE

Amo le stazioni ferroviarie, ma non quelle delle grandi città, piene di gente e di negozi: preferisco le stazioni dei paeselli, quelle abbandonate a se stesse, dove la biglietteria è stata chiusa nel 1980 per essere sostituita da un distributore automatico che però ha funzionato solo due giorni.

Mi commuovono le obliteratrici in disarmo. Arrugginite e prive di inchiostro, eppure stanno là al loro posto, ogni giorno: sanno che è obbligatorio, altrimenti i controllori sul treno non potrebbero dare la multa ai viaggiatori che non hanno timbrato.

Provo tenerezza per i cartelli invecchiati male, “vietato attraversare i binari, utilizzare il sottopasso”. E per l'archeologia della fontana per bere prosciugata da sempre. Le pareti della sala d’aspetto di tre metri quadri con le loro scritte indicibili, le dichiarazioni d’amore di studenti, le chiacchierate a spray tra tifosi di squadre avverse.

E il deserto. Non c'è nessuno, solo tu. Sulla banchina una voce registrata continua imperterrita ad abbaiare che bisogna allontanarsi dalla linea gialla perché sta transitando l’interregionale delle sedici e quindici, in ritardo di otto ore, e ce ne scusiamo coi passeggeri.

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28/08/2009
 
INTERROGAZIONE SCOLASTICA

Buongiorno cari amici e benvenuti alla vostra scuola su Internet.  Oggi interroghiamo Anna, la signora virtuale del sito dell'Ikea. Eccola qua.
Buongiorno. Dunque, cominciamo.



E chi se ne frega, scusi. Andiamo avanti.



Ahia. Forse è meglio provare con le Lettere:



Signorina, la vedo un filo impreparata. Cambiamo materia, se vuole:



Ma quale dubbio, risponda! Ragazzi miei, questa è scema.
Che fo, proviamo a sorprenderla? Vediamo come reagisce?



Sè, vabbè, buonanotte...

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26/08/2009
 
NELLA BIBLIOTECA COMUNALE

Sssst. Silenzio. Abbassate la voce. Siamo in una biblioteca. La biblioteca comunale. Le biblioteche hanno una caratteristica: sono uno dei pochi luoghi al mondo dove le persone devono tacere. E se non lo fanno, arriva un tizio cattivo che con un colpo d'occhi intima: ssst, silenzio. Magari aggiunge: perdìo.

Altri luoghi chiusi dove vige il silenzio: le chiese, i cimiteri. Rispetto a questi, però, la biblioteca risulta più allegra.

Parenti della biblioteca: la libreria. La libreria è quasi uguale alla biblioteca. È sua cugina. Ma ha un difetto: la libreria, quando le porti via un libro, vuole dei soldi. La biblioteca no, ti impresta tutto, gratis. Si dona al primo che trova come una bagascia.

Vicino a casa mia, questa primavera, hanno aperto una biblioteca comunale. Siccome sono un perditempo, ho pensato di recarmi a visitarla. Mica è una biblioteca piccina. Piccina lo dici a tua sorella. Questa rappresenta un investimento colossale. Misura seimila metri quadri distribuiti su quattro piani. Ha cinquecento posti a sedere, quarantanove postazioni multimediali per la consultazione di cd, dvd, internet e opere digitalizzate. Dodici ascensori, sedici distributori automatici di bevande (fredde o calde) e dodici di
merendine. Otto bagni. Disponibilità di tutti ma proprio tutti i quotidiani e i periodici esistenti in Italia - generalisti, specializzati, scientifici insomma qualsiasi cosa - nonché di buona parte di quelli pubblicati all'estero. Centottantamiladuecentoventisei milioni di libri in scaffali perfettamente catalogati per argomento e poi per autore. Apertura tutti i giorni, persino il sabato, dalle sette di mattina alle dieci quando è buio. Ora, un posto così dovrebbe essere pieno zeppo di gente. Quante persone c'erano, là dentro oggi?

Due. Io e l'addetto al prestito dei libri. Il quale da mesi non parla con anima viva e quando mi ha avvistato, dal fondo della sala, cioè da un chilometro, m'è corso addosso per abbracciarmi. Come se avesse
incontrato un miraggio nel deserto. S'è messo a piangere. Non mi ha neppure chiesto di fare silenzio.

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21/08/2009
 
EPISTEMOLOGIA DEI CENTRI DI
ASSISTENZA TECNICA AUTORIZZATI

Secondo recenti statistiche, quando si rompe un elettrodomestico o una qualsiasi attrezzo tecnologico casalingo, e per ovviare al guasto basterebbe sostituire un singolo, minuscolo pezzettino (una molla, un dado di plastica, una vite, ecc.) la risposta che si riceve dal negozietto di assistenza tecnica trovato sulle pagine gialle e addetto all'uopo, tale risposta è invariabilmente una di queste 10:

1. “Guardi, nonostante le apparenze, comprare quel piccolissimo e mi lasci dire insulso pezzo di ricambio costerebbe più del modello intero, le conviene buttare via tutto e acquistarne un prodotto nuovo. E lo so, sembra una semplice vite a stella ma per realizzarla servono un ingegnere del Cern, otto scienziati e un'impianto industriale da trenta miliardi di euro”.

2. “Ah sì, però questo modello è fuori catalogo: negli anni Ottanta l'azienda produttrice ha licenziato tutti ed è rimasto solo il titolare, che adesso per mestiere organizza tornei di burraco a domicilio”.

3. (al telefono) “Mi spiace ma il nostro negozio è chiuso per le ferie estive dal 2 luglio al 31 ottobre”.

4. “No, questa è una salumeria, il negozio dei pezzi di ricambi stava di fronte ma è fallito il mese scorso per bancarotta fraudolenta.”

5. “C'è un solo negozio in tutta Italia che vende quei pezzi di ricambio, e sta a Nuoro. Vuole l'orario dei traghetti?

6. “Ah, ma non è più in garanzia? Allora per acquistare questo genere di ricambi deve prima  fissare un appuntamento con  il direttore commerciale dell'azienda produttrice alla presenza di un notaio, per l'apertura del mutuo.”

7. “E no, quel pezzo di ricambio lì oggi non ce l'ho, però provi a passare più avanti, che so, magari l'anno prossimo.”

8. “Sì ce l'ho ma noi non riforniamo privati, anzi per favore esca da qua subito altrimenti slego i cani da difesa.”

9. “Mi spiace ma per oggi non posso aiutarla, questo pezzo di ricambio viene costruito e spedito dall'estero, per l'esattezza da dei minorenni tenuti prigionieri in una fabbrica in Vietnam e a quest'ora là è notte, non mi rispondono al telefono.”

10. “No, ho appena venduto l'ultimo esemplare esistente in tutto l'Universo a quel signore che sta uscendo dalla porta”

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19/08/2009
 
IL TRUCCO DEL COSTA-MENO-DI-UN-CAFFÈ-AL-GIORNO

Benvenuti al consueto appuntamento con la rubrica di marketing da strapazzo. Oggidì, illustreremo il simpatico meccanismo in uso presso le aziende per spillare fior di quattrini al prossimo senza che quel
pirla del prossimo, poveretto, se ne accorga o quasi. E' questo il famoso trucco del costa-meno-di-un-caffè-al-giorno.

Vediamo di spiegarci meglio con un esempio: l'Azienda Tal dei Tali SpA vuol vendere i suoi inutilissimi servizi alle persone, e sin qui ci mancherebbe altro, è il suo mestiere. Ma l'azienda, subdola, sa bene quanto sia difficile sparare un prezzo alto evitando di venir mandata al diavolo (o altrove) dalla controparte:

- Buongiorno, avrei da proporle questo bel servizio. Le piace?
- Vediamo. Lei mi sta offrendo un bene immateriale del tutto superfluo, fatuo, forse dannoso: perciò potrei comperarlo.
- Esatto, bravo.
- Quanto costa?
- 300 euroni sonanti!
- Si levi di torno, mascalzone.

Allora la furba azienda s'inventa l'espediente: propone il suo servizio annuale, ma invece di dare il prezzo all'anno, come sarebbe giusto, lo divide per 12 e dice il prezzo al mese. Un po' come se nei negozi il prezzo del pane fosse indicato al grammo e quello del latte alla centilitro. Naturalmente, in questo modo, qualsiasi valore è (o meglio: sembra essere) più basso, cioè tollerabile. Hai voglia fare la moltiplicazione.

- Buongiorno, caro signore.
- Ancora lei?
- Sì, vorrei proporle sempre lo stesso servigio di prima.
- Ma scusi: poco fa le ho già detto di andarsene affanbrodo, non ricorda?
- Aspetti. I prezzi sono calati. Adesso costo meno. Solo 25 euro al mese.
- Ecco, già cominciamo a ragionare.

Tuttavia, a volte l'artificio della divisione per 12 non basta ad ingannare la vaga percezione di essere presi per il naso (o per altro). A questo punto interviene da parte del ciarlatan – pardòn, del
venditore, un ulteriore sotterfugio: perché non dividere il prezzo per 52, il numero di settimane? O per 365, quello dei giorni? Risulterà ancora più basso, agli occhi di quel fesso del potenziale acquirente. Siamo così giunti al trucco del caffè al giorno, somma irrisoria che ognuno si sente di risparmiare (basta, appunto, rinunziare a un caffè, bevanda che tra l'altro fa pure male alle coronarie, ci si guadagna pure in salute):

- Buongiorno, amico mio.
- Sempre lei? La vuole piantare di seccarmi?
- Vorrei proporle sempre quel servigio, quello di poco fa.
- Di nuovo???
- Però le offro una tariffa assai più vantaggiosa. Mi creda: non potrà dirmi di no.
- Sentiamo.
- Mi voglio rovinare: ora costa 0,85 euro, ma al giorno.
- Acciderba, davvero conveniente.
- Pensi: come un caffè! Incredibile, no?
- Che occasione. A furia di trattative siamo passati da 300 euro a 25 e poi addirittura 0,85!
- Lei è fortunato, e mi sta simpatico. Allora?
- Ma sì dai. Lo prendo.

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02/08/2009
 
PRIMA DI PARTIRE

Bene, a questo punto, prima di partire, ho la mia bella lista di cose da fare.

Tanto per cominciare, gli animali domestici. Allora, vediamo. Ho bisogno di trovare una pensione per il cane. E anche qualcuno che mi tenga il gatto. E un vicino di casa gentile che ogni tanto venga qui a dar da mangiare ai pesci. Ma non ho mai avuto un cane in vita mia. Di gatti manco a parlarne. Pesci ne ho posseduti, una volta, anni fa, ma erano morti e impanati, venivano dal supermercato. Non ho nemmeno il vicino di casa gentile.

Piuttosto: dovrei programmare l'innaffiatura automatica delle piante. Ecco, questo mi pare importante.
E senz'altro lo sarebbe, se solo io avessi un impianto di innaffiatura automatica.
E soprattutto, se avessi delle piante.

A proposito. Potrei svuotare il frigorifero, per evitare che in mia assenza i cibi contenuti marciscano. Buona idea. Buona, ma inutile: da settimane, il frigorifero non contiene alcunché.

Urca, l'allarme. D'estate, si mette l'allarme. Sì sì sì, prima di partire devo ricordarmi di inserire l'allarme. Credo ci sia un codice da digitare, roba del genere. Una combinazione, un interruttore, non ricordo bene. Anzi. Ora che ci penso, io l'allarme non ce l'ho.

Dovrei però lasciare almeno il mazzo di chiavi alla portinaia. Non si sa mai, magari le serve, in caso di emergenze. La portinaia, poverina resta qua, la signora... come si chiama? Ohibò. Non posso fare nemmeno questo. Me ne ero dimenticato: in questo condominio, non c'è mai stata una portinaia.

Meglio così, tutto più facile. E siccome in casa non detengo nulla di prezioso, eviterò di controllare accuratamente che finestre e serrande siano ben chiuse.

Bene, Io vado. Sì, dai mi faccio sentire quando arrivo. Ciao.

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